Premesse per la costituzione del Coordinamento dei Precari

La pesante crisi che ha investito l’Italia sta incidendo sempre di più sugli strati della popolazione meno abbienti, sia per gli effetti diretti che esplica dal punto di vista economico, sia per le scelte politiche che accompagnano la gestione di questo evento. I peggioramenti si possono percepire sotto tutti gli aspetti che interessano la vita dei cittadini, dalla fruizione dei servizi all’aumento della tassazione e, soprattutto, all’aggravarsi delle condizioni lavorative.

Va tuttavia sottolineato come la crisi economica iniziata nel 2008 non sia la causa di questo sconvolgimento ma sia invece un evento organico al funzionamento dell’ordinamento economico nel quale viviamo, e che di fatto amplifichi semplicemente processi che erano già in atto in precedenza. Nello specifico, per quel che attiene alla sfera del mondo del lavoro, gli effetti sono una conseguenza naturale del sistema di leggi ed accordi che regolano i rapporti di lavoro in Italia e nel mondo. Questo insieme di norme, infatti, non può che portare al fatto che i costi di eventuali crisi come quella attuale vengano scaricati sulle classi meno abbienti. E’ il sistema che è pensato per funzionare così.

Se questo assunto è vero, ed i dati statistici lo confortano, è altresì vero che i lavoratori hanno subìto lo smantellamento progressivo delle proprie garanzie senza che gli organi deputati a difenderli facessero quanto dovuto per arginare l’attacco. Questa affermazione potrebbe apparire un paradosso ma anch’essa è tragicamente supportata dagli eventi che hanno caratterizzato la più o meno recente storia sindacale italiana. Il problema capitale (è proprio il caso di dirlo!) affonda nella svolta concertativa attuata dai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL nel 1993, i quali sono i responsabili delle firme degli accordi e della concertazione con le parti politiche che hanno messo in piedi il sistema di leggi ed accordi. Da quella data, all’indomani della pesante crisi economica del 1992, l’attacco che il padronato ha portato alle condizioni dei lavoratori è diventato più feroce e la resistenza che gli organismi deputati alla difesa dei lavoratori hanno offerto è scemata sempre di più, fino a trasformarsi in un atteggiamento collaborativo.

Diciotto anni di concertazione sono più che sufficienti per capire a fondo questo sistema di relazioni sindacali, tracciarne un bilancio e giudicarlo. Ancor prima di mettere avanti opinioni di merito, sono i fatti e i numeri a parlare: i dati Ocse dicono che i salari e gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa, ma nel 2008, prima della crisi economica, gli Italiani erano i dipendenti che lavoravano più. La disoccupazione, sempre prima della crisi, era in aumento e ad essere più colpite erano le donne, che continuano a percepire salari e stipendi più bassi degli uomini, a parità di impiego (tutti dati Iref su base Istat); dopo la crisi si è avuto un ulteriore cedimento, che ci vede agli ultimi posti per occupazione giovanile (dato Confartigianato). Il potere di acquisto delle retribuzioni è crollato, ampiamente superato dall’inflazione (-7%, dato Altroconsumo), e ciò ha determinato un ulteriore impoverimento dei nuclei familiari. In Italia non esiste ancora una normativa decente in materia di antinfortunistica, così spesso il padronato ha modo di eludere obblighi per aumentare i profitti sulla pelle dei lavoratori. E’ rimasto famoso un rapporto del Censis, che definisce la società italiana una “Mucillagine” (41° Rapporto), che pochi anni dopo si trasforma in “Senza regole e sogni” (44° Rapporto). Le cause di questa degenerazione vanno cercate anche nel forte peggioramento delle condizioni di lavoro, che vedono il lavoratore più torchiato e con molto meno tempo a disposizione per se stesso, per le sue inclinazioni (per le quali ha anche molte meno risorse economiche), per frequentare gli altri e coltivare interessi stabili; diventa, quindi, un alienato. Il meccanismo dell’aggancio del salario alla produttività, politica perseguita da tutti i sindacati concertativi, è quindi direttamente responsabile, perché, tra le altre cose, innesca una rincorsa che vede le ore di lavoro aumentare sempre di più e occupare quasi l’intera giornata.

Il sistema pensionistico è stato demolito, l’età pensionabile posposta, i coefficienti di rivalutazione sono minimi e per sperare di avere un vitalizio decente è necessario integrarlo con il TFR, che risulta quindi perduto rispetto al passato, quando era garantita una pensione decente più il TFR. Quasi un lavoratore su quattro ha un’occupazione “non standard” (dati Ires) al punto che le Acli stesse, che hanno commissionato la ricerca, hanno dichiarato: “Dopo quindici anni di flessibilizzazione del mercato del lavoro sembrano essersi consolidate due generazioni di lavoratori flessibili: giovani in ingresso nel mercato del lavoro, adulti per i quali la fase dell’inserimento lavorativo è terminata ma che si ritrovano nelle stesse condizioni contrattuali di partenza”. A questi disoccupati vanno sommati 1 milione e mezzo di “scoraggiati” (sempre dati Ires).

E’ appunto questa la nota più dolente: il mercato del lavoro è stato completamente deregolato, e ad oggi non offre alcuna garanzia al lavoratore, che rimane in balia di forze più grandi di lui. Il licenziamento è sempre in agguato, l’incertezza sul futuro è diventata la norma. E’ il famoso fenomeno del “precariato”, vale a dire la mancanza di certezza di un posto di lavoro fisso, che garantisca un reddito sicuro sul quale imperniare la costruzione della propria esistenza. L’universo o, più propriamente parlando, l’inferno dei Precari è caratterizzato da entrate mensili che oscillano tra i 700 e gli 800 euro al mese e dalla mancanza di tutele sindacali e assistenziali. Uno studio Ocse afferma senza mezzi termini che in Italia il sistema fiscale e di welfare “gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro” rispetto ad altri Paesi dell’Organizzazione a causa “della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali”. Il lavoratore è costantemente sotto il ricatto del rinnovo del suo contratto di lavoro e quindi della sua unica fonte di sussistenza. In queste condizioni, ad esempio, partecipare ad uno sciopero equivale a perdere il posto di lavoro.

All’interno dell’etichetta di “precario”, infatti, rientrano diverse categorie di lavoratori: disoccupati, cassintegrati, sfiduciati (cioè coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro), lavoratori costretti al part-time, lavoratori costretti ad aprire una partita IVA per essere privati di elementari diritti e i lavoratori con contratti atipici. Questa definizione è molto più corretta di quella solitamente presa in considerazione dalle statistiche ufficiali, che relegano la classificazione di precario al lavoratore con contratto atipico, e quella di disoccupato a colui che è senza lavoro e in ricerca attiva; è più corretta perché descrive la condizione globale che vive oggi un lavoratore, la gabbia nella quale è costretto da un sistema di leggi ed accordi sui quali lui non ha potere decisionale.

I rapporti di lavoro sono stati stravolti con determinazione da una serie di accordi, i quali hanno demolito pezzo per pezzo ogni garanzia a tutela della parte più debole del suddetto mercato, vale a dire i dipendenti, siano essi salariati o stipendiati. Riassumendo in breve le tappe salienti di questo percorso occorre ricordare che:

Con il Patto sul Lavoro del 1996 nascono le agenzie interinali, che sostituiranno gli Uffici di collocamento, e viene allungato il periodo di tempo del contratto di apprendistato. Questo significa che il collocamento diviene privato, e l’interinale non risulta assunto dall’azienda nella quale lavora, rendendolo più ricattabile con la promessa dell’assunzione, e indebolendo così il corpo dei lavoratori dell’azienda stessa, nel momento in cui si dovesse iniziare una lotta per una rivendicazione sindacale. Inoltre, l’allungamento del periodo di apprendistato fornisce all’azienda manodopera sottopagata in modo legale.

Con il Pacchetto Treu del 1997 viene istituzionalizzato il precariato, coniugando una forma medievale di corvée con il moderno capitalismo. Con le nuove forme di contratto previste, infatti, è possibile aggirare il problema del licenziamento di un lavoratore, semplicemente non rinnovandogli il contratto a tempo determinato (es.: Co.co.co, sostituito poi dal Co.co.pro.). Al lavoratore precario non viene in molti casi nemmeno garantito un salario maggiore in virtù del rischio maggiore che si assume, e le coperture previdenziali sono infime. L’orario di lavoro è fissato definitivamente a 40 ore la settimana, e si dà il via libera al part-time selvaggio. E’ addirittura possibile usufruire delle prestazioni di un lavoratore per una serie di periodi a tempo determinato, per poi assumerlo come apprendista, creando così un lungo periodo di tempo nel quale lo stesso è sottopagato e ricattato, quando in passato sarebbe stato assunto quasi da subito a tempo indeterminato.

Con la Legge Biagi del 2003 si finisce di polverizzare il sistema contrattuale delle assunzioni. Vengono introdotte forme di assunzioni temporanee come il job on call o lo staff leasing, che equivalgono in pratica all’affitto di manodopera senza alcuna garanzia di ritorno, né economica, né previdenziale, né di ammortizzatori sociali o reinserimento nel mondo del lavoro, né di benefici derivanti dalla contrattazione di secondo livello. L’essere precario per un lungo periodo di tempo incide direttamente anche sui contributi che il lavoratore può accumulare per la sua pensione. Ecco cosa scriveva nel 2003 l’International Labour Organization: “ Con il pretesto della flessibilità per modernizzare il mercato del lavoro, la legge 30 del 2003 ha creato una situazione di precarietà preoccupante. Secondo le statistiche ufficiali, i contratti a termine sono diventati quasi l’unico modo che hanno i giovani di trovare un impiego ma poi è raro che questi si traducano in lavori stabili, con un rapporto di uno a 25. Stanno aumentando le distorsioni del mercato del lavoro, specialmente nel sud del paese dove la diminuzione del tasso di occupazione ha raggiunto livelli allarmanti”.

A dieci anni di distanza dalla svolta concertativa, la stessa Cgil è costretta a riconoscere, attraverso due articoli di Epifani e di Patta (23 Luglio del 2003) il sostanziale fallimento della propria politica: i redditi globali dei lavoratori sono passati dal 46% al 41% del Pil, mentre la quota dei profitti è cresciuta, sempre in rapporto al Pil. Il reddito lordo reale pro capite è diminuito del 3,4% mentre nell’UE è aumentato del 6,8%. La nostra lungimirante classe padronale ha pensato bene che, avendo manodopera a buon mercato, si potessero intascare i maggiori profitti, e non hanno speso un centesimo in ricerca e sviluppo, acuendo così il gap con gli altri Paesi europei, e favorendo così le mancate esportazioni del nostro Paese (incrementi di produttività inferiori rispetto agli Stati UE). Ancora, “gli incrementi occupazionali sono stati realizzati con minori investimenti che nel passato”, producendo così ulteriore profitti.

Accordo 2009 Vengono ribaditi od introdotti tre concetti importanti: la contrattazione di secondo livello ha un peso maggiore di quella, più solidaristica dal punto di vista dei lavoratori, del CCLN; la tregua sindacale viene usata come uno strumento più pesante di limitazione del diritto di sciopero (non ristretta solo al periodo delle trattative); è possibile prevedere deroghe locali al CCLN (“apposite modalità e condizioni” e “apposite procedure”). L’accordo è confermato e peggiorato con il rinnovo del 28 Giugno 2011, nel quale, nello specifico, la CGIL si rimangia integralmente la posizione assunta con la mancata firma dell’accordo del 2009.

Lo svuotamento del CCLN coincide quindi con la deregolamentazione totale del mercato del lavoro, e con l’ulteriore indebolimento dei lavoratori, i quali, da questo momento, saranno privati della loro unica arma di difesa (il numero e la compattezza), e si troveranno a trattare direttamente e solo con il proprio padrone da una posizione di forte svantaggio e ricatto, dovendo difendere anche i diritti più elementari dalla deroga selvaggia. L’accordo del 2011 è peggiorativo poiché, in più, prevede la possibilità di alienare i lavoratori dal loro diritto di voto sulle intese raggiunte.

Sempre nel 2011 va registrato anche l’Accordo di Mirafiori, nel quale sono previsti licenziamenti facili, allungamento dell’orario di lavoro e repressioni per chi si oppone. CISL e UIL si sono dette d’accordo, la CGIL è rimasta in una posizione ambigua che di fatto ha delegittimato la protesta della FIOM (la quale, peraltro, ha firmato senza battere ciglio lo stesso accordo alla fabbrica Bertone). Questo accordo costituisce un pericoloso precedente che il padronato tenterà di esportare in altre fabbriche.

Per certificare questo nuovo colpo di spugna firmato dai sindacati concertativi, la manovra finanziaria prevede che tutti questi accordi abbiano anche forza di legge, recependo così l’accordo del 28 Giugno e, se possibile, aggravandolo, in quanto l’articolo 8 consente delle deroghe anche in materia di licenziamento, e permette di aggirare l’articolo 18 non prevedendo il reintegro obbligatorio sul posto di lavoro. Curiosamente la CGIL si è mobilitata contro le intenzioni del Governo.

In cambio di ciò i sindacati otterranno molto più potere territorialmente, poiché potranno siglare accordi validi per tutti i lavoratori con molta più facilità.

Ad oggi, dopo l’installazione del Governo Monti, si sta approfittando della scusa della crisi
economica per dare il colpo di grazia alle residue garanzie che spettano alla classe lavoratrice. Il
ritornello che si tenta di inculcare ai lavoratori è “bisogna fare dei sacrifici” e ciò che
indigna di più è che a dirlo sia un governo fatto da banchieri, cioè da coloro i quali hanno provocato
questa crisi e ora pretendono che siano altri a pagarla. Essi si sono già premurati di rassicurare i
sindacati concertativi che lo status quo non sarà modificato e che verranno coinvolti in tutte le decisioni, mentre da parte loro CGIL CISL e UIL hanno manifestato la disponibilità a discutere dei
“sacrifici” richiesti senza che ad oggi sia noto quali altri sacrifici debbono fare coloro i quali hanno
di più. Sono seguiti pesanti attacchi a tutto il sistema di relazioni lavorative, che passa quasi sotto silenzio, oscurato dal semplice dibattito sulla cancellazione de facto dell’articolo 18, sulla quale i sindacati si dimostrano molto ambigui; l’unico sindacato a mettere in piedi una opposizione di facciata è stato la CGIL, solo dopo forti pressioni sociali e delle sue ali minoritarie. Ma il dibattito sul welfare, sul CCNL, sulle pensioni e tutte le azioni intraprese per operare tagli in questa direzione non può essere ignorato in favore della sola battaglia sull’articolo 18.

E’ evidente che questa serie di dati oggettivi, e l’evoluzione del mondo del lavoro non può che certificare il fallimento della scelta concertativa effettuata dai tre sindacati più rappresentativi nel lontano 1993. Il CCLN è ormai un involucro vuoto, mentre tutto il peso della contrattazione è stato spostato a livello locale dove, a fronte di una paga base ridicola, l’unica possibilità che hanno i lavoratori di integrare lo stipendio è aumentare ulteriormente l’orario di lavoro (e quindi la produzione). A fronte (o in cambio?) di questo tracollo per il lavoratore non si può fare a meno di notare che la posizione dei sindacati concertativi, invece, si è notevolmente rafforzata: per loro la scelta ha pagato. Finora. Il sindacato, infatti, si è via via trasformato da strumento di lotta dei lavoratori a organismo che vive di vita propria, diventato una controparte politica dalla quale non si può prescindere, e che è in grado di far sentire il suo peso economico grazie alla gestione dei fondi pensione (i soldi scippati ai lavoratori). In pratica, il trio concertativo mira ad un modello di tipo americano, descritto, o promesso, molto bene dal Ministro Sacconi nel suo Libro Verde del 2008: “In particolare, le organizzazioni rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro possono dare vita a un robusto Welfare negoziale (collocamento, ammortizzatori, formazione, sanità integrativa, long term care, salute e sicurezza nel lavoro, certificazione dei contratti), nella dimensione nazionale come in quella territoriale, organizzando una vera e propria cogestione diffusa dei servizi che danno valore alla persona”. Si tratta dei famosi “Enti bilaterali”, vero (ed ahimé unico) obiettivo perseguito con tenacia dai sindacati concertativi dalla svolta del 1993. Il quadro finale è un sistema che, in materia di lavoro, non possa prescindere dal Sindacato: il mondo politico deve forzatamente confrontarsi con esso a causa del suo peso, i lavoratori saranno costretti a tesserarsi obbligatoriamente per godere delle garanzie che oggi sembrano (e sono) un diritto inalienabile per tutti: assistenza medica, collocamento per il lavoro, servizi sociali eccetera. Se il lavoratore non possiederà la tessera del sindacato sarà tagliato fuori da tutto questo. Il Welfare State viene privatizzato ed atomizzato per mano dei sindacati.

Il sindacato, di fatto, ha spezzato volontariamente il fronte unito dei lavoratori, frammentandolo in una serie di rivendicazioni specifiche legate al loro settore, e su queste disperdendo tutte le energie. Ha quindi avallato un sistema di tipo “neocorporativista” (tendenza a ricercare la risoluzione dei conflitti sociali in sede istituzionale coinvolgendo sindacati ed associazioni di imprenditori nella formulazione di scelte politico – economiche, nonché la tendenza di alcuni sindacati di settore o associazioni spontanee di lavoratori ad avanzare rivendicazioni limitate al proprio settore, indipendentemente dal contesto generale”, De Mauro), scelta che si conferma anche nel tipo di Welfare che essi, come detto sopra, hanno messo a punto con i vari Governi, a partire dal 2007; si è infatti passati da un modello più dispendioso per le casse pubbliche ma più garantista ad un modello misto liberale-corporativo, nel quale il lavoratore ha poche garanzie e vengono garantite le coperture solo per fasce ristrette di popolazione. La tendenza per il futuro è chiara.

Il sistema concertativo, quindi, lungi dall’essere pensato per avvantaggiare le rivendicazioni dei lavoratori, è stato pensato unicamente per rafforzare il sindacato: in un sistema concertativo, infatti, la legittimazione del sindacato viene dall’alto, non dal basso. E’ la parte politica con la quale tratta il sindacato che lo accredita come controparte con la quale trattare. La legittimazione da parte delle Istituzioni dello Stato ha due importanti conseguenze: la prima è che lo Stato individua come referenti uniche con cui trattare le corporazioni (o sigle sindacali), la seconda è che spesso lo Stato delega il controllo del rispetto degli accordi alle corporazioni stesse. Infatti una volta raggiunto un accordo il sindacato si rivolge alla sua base (quando lo fa) e glielo sottopone, presentandolo come il migliore che è riuscito a strappare. La consultazione dei lavoratori che segue a questo tipo di accordi, ammesso che avvenga, assume quindi il valore di una pura formalità, poiché viene imposta dall’alto, dalla segreteria del sindacato, spesso con un forte battage pubblicitario e pressioni psicologiche a favore (vedi recente caso dell’accordo a Mirafiori). A quel punto contestare l’accordo diventa quasi impossibile, e comunque il sindacato farà di tutto per disciplinare la parte più attivista (ovvero per “smorzare il conflitto sociale”, come si è tristemente sentito più volte in questi anni). Un rigetto da parte della sua base infatti screditerebbe il sindacato di fronte alle sue controparti politiche, rendendo più debole la sua posizione. La concertazione ribalta quindi totalmente la figura e gli scopi del sindacato. Che queste non siano fantasie lo dimostrano, oltre che la cronaca, un agghiacciante dato fornito dal Rapporto Annuale 2001 del Censis, che rivela come da 78 milioni di ore di astensione dei lavoratori nel quinquennio 1981-1985 si sia passati a 7,7 milioni nel quinquennio 1995-2000. Abbiamo visto come nel periodo compreso tra il ’95 ed il 2000 ci sarebbe stata molta materia per intense stagioni di lotta, e ancora di più nella fase successiva. Questo modello di contrattazione sindacale ha già trovato la sua piena maturità nel Patto di Natale del 1998.

Sotto quest’ottica non sembra esagerato affermare come il sindacato concertativo abbia barattato i diritti dei lavoratori che doveva tutelare con potere che gli è stato via via riconosciuto (uno degli esempi più fulgidi è il fatto che gli sia comunque garantita d’ufficio la presenza di un terzo dei suoi delegati nelle RSU, almeno fino ad oggi).

L’alternativa al sindacato concertativo, ad oggi, è stata rappresentata dal sindacato cosiddetto “di base”. Nato prima della svolta concertativa con l’intenzione di accorciare la catena della rappresentanza e della delega dei lavoratori, con il passare degli anni si è trasformato radicalmente, mantenendo una posizione più “a sinistra” rispetto al trio concertativo ma ricalcandone di fatto i meccanismi e le strutture, tanto nei professionisti che ci lavorano dentro a vita, quanto nella dipendenza dal partito di riferimento, dipendenza che li obbliga a seguire dettati politici che non sono l’espressione dei suoi iscritti; questa dipendenza, tra le altre cose, ha portato a scissioni dei sindacati speculari a quelle dei partiti di riferimento, con il risultato di indebolire ancora di più il fronte dei lavoratori e di innescare una guerra tra sigle per affermare la propria egemonia sui movimenti di lotta.

Il sindacalismo “di base” ha inoltre accettato il sistema delle RSU – RSA che nella pratica invece che rappresentare la voce dei lavoratori presso le istituzioni sindacali diventa l’ultimo anello della catena verticale e burocratica del sindacato nel posto di lavoro.

Il drammatico momento che stanno vivendo i lavoratori e i precari impone una scelta, che consenta agli stessi di riprendere in mano l’iniziativa senza delegarla a strutture quali i sindacati concertativi, che non li rappresentano e non li difendono più. Gli stessi sindacati di base si sono ormai da tempo costituiti in strutture verticali con funzionari specializzati agganciati a partiti politici; i precari ed i lavoratori non possono e non vogliono essere rappresentati da questi organismi: va ripensato l’intero sistema di fare sindacato, integrando gli elementi positivi originari di queste organizzazioni con nuove forme di gestione e partecipazione che prevedano che i precari ed i lavoratori debbano autorappresentarsi ed autosostenersi, dando vita a forme assembleari orizzontali, dove ogni persona conti veramente qualcosa e possa incidere con le proprie mani sul suo futuro, creando coordinamenti dal basso che si confrontino a livello nazionale. I Precari così riuniti devono lottare non per riformare questa condizione di vita, che è inaccettabile, ma per eliminarla.

 

Coordinamento Precari di Reggio Emilia

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